#Tech4Peace: tecnologie per la pace

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La parola guerra era sempre più sulla bocca degli opinionisti, nei titoli di ogni testata online, nei post sponsorizzati sui social media, e nel frattempo erano in corso molti massacri di popolazioni civili: Ucraina, Sud Sudan, Congo… A quel tempo colpiva molto l'opinione pubblica europea il genocidio del popolo palestinese che da oltre settant'anni subiva un annientamento sistematico e che negli ultimi anni, in conseguenza di un sanguinario attacco della parte armata e violenta degli oppressi, aveva visto un'accelerazione agghiacciante.

Ci erano voluti quasi due anni perché le Nazioni Unite riconoscessero il genocidio attuato per mano del governo israeliano di Benjamin Netanyahu. Due anni nel corso dei quali tante voci inascoltate si erano levate per denunciare i bombardamenti indiscriminati di ospedali, scuole, edifici civili, giornalisti. All'inizio, chi protestava contro quella che per molti era solo una rappresaglia volta a liberare gli ostaggi israeliani a Gaza veniva accusata di essere amica dei tagliagole di Hamas, di essere antisemita, di odiare gli ebrei. Ma i mesi passavano e la violenza non aveva confini, innocenti venivano giustiziati, nella zona assediata non entravano i beni di prima necessità, le persone non potevano uscirne e soffrivano la fame, le malattie, la recrudescenza del tifo e della poliomielite. Dopo due anni, più di 20mila bambini erano stati assassinati e il presidente dell'associazione Amici di Israele, Eyan Mizrahi, durante una nota trasmissione televisiva, nel difendere l'operato del governo israeliano, era stato in grado di chiedere: “definisci bambino”.

La misura era colma e per fortuna, anche se con grande ritardo, il corpo sociale cominciava a reagire. Bisognava organizzarsi! Scendere in piazza! Chiedere a gran voce al governo di isolare economicamente, militarmente e culturalmente lo Stato di Israele guidato da un primo ministro contro cui la Corte penale internazionale nel novembre 2024 aveva emesso un mandato di arresto per crimini contro l'umanità e crimini di guerra.

I preti di alcune piccole parrocchie, a partire dall'iniziativa di un prelato di Salerno, avevano scritto una lettera-appello che, circolando tra sacerdoti e religiosi, in poche settimane si era trasformata in un movimento globale capace di mobilitare oltre mille presbiteri provenienti da più di venti paesi, con la partecipazione di vescovi, cardinali, missionari e decine di comunità religiose. La rete si chiamava “Preti contro il genocidio”.

Ma l'iniziativa aveva incontrato ostacoli inattesi. Nei giorni precedenti la grande mobilitazione nazionale, Google aveva bloccato l'account di posta elettronica con cui la rete raccoglieva le adesioni, impedendo di fatto la sottoscrizione dell'appello e la comunicazione tra gli aderenti. Il messaggio dell'azienda statunitense era stato laconico: “violazione dei termini di servizio”, e al prelato che gestiva la casella di posta elettronica non risultava affatto chiaro quali termini del servizio fossero stati violati.

È vero che, come in tutti i casi in cui si deve aprire un servizio digitale, si erano accettati i “termini” senza veramente leggerli… ma sembrava davvero strano che tra questi termini ci fosse pure una clausola che impediva l'uso della parola genocidio nel contenuto delle mail… I sacerdoti protestarono, l'assistenza tecnica di Google si giustificò dicendo che si era trattato “di un malinteso legato a procedure automatiche”, ma per i promotori era stato comunque un episodio grave che aveva rischiato di compromettere la mobilitazione. A pochi giorni da un importante evento internazionale, la rete degli uomini di Chiesa aveva dovuto fare i conti con la vulnerabilità delle piattaforme digitali, che in un attimo potevano bloccare la circolazione di un'iniziativa scomoda.

Più lungimiranti erano stati i docenti universitari che, seppur in ritardo come il resto del paese, si erano finalmente attivati per riunirsi nella rete “Docenti per Gaza”. Al momento di scegliere gli spazi digitali e gli strumenti di cui dotarsi per fare rete e coordinarsi sulle iniziative, avevano cominciato a discutere se usare Microsoft Teams, o Google Drive, o forse aprire un account Instagram, già avevano il gruppo WhatsApp! Ma era abbastanza sicuro?

Uno dei docenti, per trovare la bussola con cui uscire da quel ginepraio, aveva chiesto consiglio a un'amica hacker: “Come scegliere quali strumenti usare?”.

“È semplice”, rispose la hacker. “Chiedetevi se il mezzo giustifica il fine… Vi sta bene foraggiare le casse di Google, Microsoft o Meta, che sono complici dei signori della guerra? Se la vostra risposta è no, sappiate che esistono tecnologie conviviali, spazi digitali indipendenti gestiti dalle persone che li creano e li vivono. Possiamo aiutarvi a metterli su e a gestirli”.

“Ma saremo poi in grado di usarli? Molti di noi non sono affatto ‘tecnologici'”.

“Sapete usare Instagram e WhatsApp, giusto? Abituarsi a usare un sistema diverso non è più difficile, basta volerlo. L'unica differenza è che il potere di organizzare lo spazio sarà in mano vostra e le scelte politiche non saranno più delegate a un'entità superiore ma saranno responsabilità di ognuna di voi”.

I docenti ne discussero e decisero di adottare una soluzione Nextcloud, uno spazio cloud che girava su server in un data center europeo alimentato a energia solare. Ci pensò una piccola società locale di servizi alle imprese a installare il cloud, lo fece gratis, come contributo alla causa. I docenti si impegnarono per acquisire le competenze di base per gestire in autonomia il loro spazio digitale… “Ma è più divertente della gestione di una pagina Facebook!”, aveva commentato qualcuno. “Finalmente ho la sensazione di essere a casa mia e non ospite!”, aveva aggiunto un'altra docente che ci aveva preso gusto.

I prelati, da parte loro, crearono un nuovo account e-mail su un provider indipendente. Il genocidio non si fermava ma eravamo tutte un po' meno complici mentre, pezzetto dopo pezzetto, il potere dei broligarchi si andava erodendo. Forse avremmo impedito il prossimo genocidio, o forse no, ma intanto facevamo crescere tecnologie per la pace.

La parola alla sistemista

La giustificazione dell'assistenza di Google, secondo cui la sospensione dell'account della rete “Preti contro il genocidio” era stata un semplice “malinteso legato a procedure automatiche”, era un capolavoro di mistificazione. Non sappiamo cosa accadde veramente nei loro sistemi, ma qualunque cosa fosse accaduta, scaricare la responsabilità su fantomatiche “procedure automatiche” era un modo per togliersi d'impaccio facendo leva sull'alienazione tecnica degli utenti. L'alienazione tecnica era il baratro che si era aperto tra le utenti e le tecnologie con cui si accompagnavano quotidianamente. Nessuna sapeva davvero cosa fosse Internet e come funzionasse un account di posta elettronica, e questo dava alle aziende la possibilità di raccontare qualunque fandonia pur di giustificare il loro operato.

Parla la giornalista investigativa

Nei primi anni Venti del nuovo millennio, la Silicon Valley aveva calato la maschera e i grandi colossi della tecnologia erano passati da slogan quali “non fare del male” o “connettere il mondo” al ben più prosaico intento di aumentare le capacità militari degli Stati Uniti e dei suoi alleati. Israele era allora uno dei maggiori alleati statunitensi e Gaza il principale terreno di sperimentazione di nuove tecnologie belliche.

Microsoft, a partire dai primi anni Venti, metteva a disposizione di Israele il proprio cloud per raccogliere informazioni sui palestinesi. In un'area riservata all'interno della piattaforma Azure, la Unit 8200 (unità dell'intelligence israeliana) aveva costruito un sistema di sorveglianza di massa raccogliendo e archiviando quotidianamente milioni di telefonate di palestinesi nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania.

Fonti militari israeliane affermarono che i dati raccolti tramite Azure venivano impiegati per identificare obiettivi da colpire, analizzando le chiamate delle persone vicine fisicamente a un bersaglio, specialmente in aree densamente abitate. Secondo le stesse fonti, le informazioni archiviate in Azure vennero usate per ricattare persone, arrestarle o giustificare retroattivamente le uccisioni.

Google, da parte sua, non era da meno. Insieme ad Amazon era partner del progetto Nimbus, un discusso contratto per la fornitura di servizi di cloud computing tra l'azienda e il governo israeliano di cui avevano beneficiato le forze armate. Addirittura, nel febbraio 2025 Google aveva aggiornato i principi che regolavano l'utilizzo della sua intelligenza artificiale e di altre tecnologie avanzate eliminando i riferimenti in cui prometteva di non perseguire “tecnologie che causano o possono causare danni”, “armi o altre tecnologie il cui scopo principale o la cui implementazione causa o facilita direttamente lesioni alle persone”, “"tecnologie che raccolgono o utilizzano informazioni per la sorveglianza violando norme accettate a livello internazionale”“, e ancora “”tecnologie il cui scopo contravviene a principi ampiamente accettati del diritto internazionale e dei diritti umani”".

Infine il sistema israeliano Lavender, basato sull'intelligenza artificiale, identificava i presunti “sospetti” a Gaza tracciando i loro contatti WhatsApp – così affermava Paul Biggar di Tech for Palestine. WhatsApp, piattaforma di proprietà di Meta, al tempo negava le accuse.

La parola alla tecnologa

Non era poi così difficile attraversare spazi e architetture digitali lontane dalla lunga mano delle Big Tech! Molte di noi si occupavano di sviluppare ambienti non collusi con il clima di guerra che infiammava il mondo in quell'inizio di millennio. Non c'era bisogno di essere dei geni dell'informatica: così come avevamo imparato a utilizzare i servizi delle Big Tech, allo stesso modo potevamo imparare a maneggiare tecnologie conviviali. L'unica vera differenza era che la policy degli spazi digitali indipendenti doveva essere decisa dalle persone che l'attraversavano, quindi le singole persone venivano chiamate a organizzarsi, a far politica e a prendere decisioni collettive senza delegare. Cosa ben più difficile dell'accettare passivamente i termini di un servizio scritti da qualcun altro! Come sempre, i problemi erano sociali e politici, non tecnici.

I consigli della hacker

Esistevano molti servizi di posta elettronica alternativi a Google. Se poi si era disposti a pagare qualcosa, era possibile acquistare un dominio con relativa casella di posta elettronica. Sicuramente era la cosa migliore da fare per non sovraccaricare i servizi indipendenti. Questa abitudine a usufruire gratuitamente dei servizi digitali ci aveva fatto scordare che esiste del lavoro dietro ogni servizio e che se non paghi, la merce sei tu.