Criptovalute ovvero l'azzardo della finanza
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“Secondo me ci conviene dichiarare bancarotta”. Vera guardava con aria sconsolata il bilancio dell'anno fiscale che si stava per concludere. “Non possiamo più pagare i nostri fornitori, finiremo in un mare di guai…”.
“Ma possiamo chiedergli di aspettare qualche mese! Giusto il tempo di trovare i fondi, sto scrivendo un sacco di bandi, sto contattando moltissime persone, sono certa che qualche ricco donatore lo troveremo come abbiamo sempre fatto, si tratta solo di pazientare qualche mese”. “Sì, ma vai a spiegarlo ai fornitori e alle nostre dipendenti! Non possiamo contare sulla loro pazienza, non sarebbe corretto, il rischio d'impresa è nostro”.
“Ok, ok”. Lana era determinata a non perdere terreno. “Pagheremo fornitori e dipendenti di tasca nostra ma non chiuderemo l'impresa! Siamo un'organizzazione piccola ma importante, questa società è la mia creatura, l'ho cresciuta con amore in questi ultimi dieci anni e ci sono ancora tanti animali abbandonati che hanno bisogno di un rifugio! Troverò dei finanziatori a cui stia a cuore il destino degli animali anziani senza casa!”. Lana era fastidiosamente testarda ma Vera sapeva bene che quello era anche il principale punto di forza della sua amica e collega. Era grazie a quella testardaggine che, negli ultimi anni, era riuscita a convincere un cospicuo numero di generosi filantropi che con le loro donazioni avevano reso possibile la realizzazione dei progetti della Shelter4All.
La loro creatura: una piccola associazione senza fini di lucro che si occupava di dare rifugio ad animali da fattoria troppo anziani per essere ancora una risorsa. Nel corso dell'ultimo anno i costi del cibo erano aumentati, alcune spese eccezionali si erano rese necessarie per riparare gli impianti del rifugio e il donatore più importante era morto lasciando un erede che aveva scelto di investire diversamente le ricchezze del defunto parente. Insomma, la situazione non era affatto rosea.
Qualche giorno dopo,, però l'ottimismo di Lana si rivelò inaspettatamente ben fondato. Una giovane influencer che spopolava su TikTok aveva dichiarato in un reel che avrebbe fatto una cospicua donazione alla Shelter4All: “Aiutiamo gli asinelli crociati senza casa!”. L'idea di Lana di portarla in visita tra le anziane creature ospiti del rifugio si era rivelata vincente, l'influencer dichiarava che avrebbe donato un intero Bitcoin! “Sono 76.370 euro!”, esclamò entusiasta Vera. “Anche di più di quello che ci serve per riparare gli impianti e garantire il cibo per l'inverno! Una volta coperte le spese ci resta qualche migliaio di euro per rimetterci in sesto e trovare un'altra fonte di reddito!”. “Hai visto?”, ammiccava sorniona Lana. “Ti avevo detto che ci saremmo riuscite”.
Purtroppo per Lana e Vera, incassare un bitcoin non si rivelò un processo semplice. Per prima cosa dovettero aprire un wallet, cioè un portafoglio digitale per le criptovalute, scegliendo fra le varie opzioni disponibili online. L'operazione non fu costosa né particolarmente complicata, perché Vera era abbastanza smanettona per cavarsela con la tecnoburocrazia finanziaria. Più impegnativa fu la compilazione dei vari documenti per la certificazione antimafia che metteva la Shelter4All in condizione di ricevere legalmente donazioni in criptovalute.
Passarono dieci giorni dalla generosa offerta dell'influencer e finalmente erano pronte a comunicare l'indirizzo del portafoglio di Bitcoin della Shelter4All per ricevere la donazione. Ecco fatto! Un bel Bitcoin troneggiava nel loro portafoglio elettronico! Valore 63.281 euro… “Ma come?!”, tuonò Lana stupefatta. “Ma sono oltre diecimila euro di meno!”. Vera non era altrettanto stupita, aveva seguito le fluttuazioni della criptomoneta in quei dieci giorni e aveva già visto quanto ogni giorno che passava significasse per loro una perdita. Cercò comunque di rincuorare la socia: “Ma non ti preoccupare, vedrai che adesso risale, noi aspettiamo un po' a rivenderlo e vedrai che tornerà a valere 76mila euro, se non di più!”.
Da quel giorno, Lana cominciò a monitorare quotidianamente le oscillazioni del Bitcoin. Qualche tempo dopo era in risalita, era arrivato a 70mila! Quasi quanto era all'inizio della loro avventura. “Vendiamo”, suggerì Vera quando il valore si assestò sui 72mila euro. “No, aspettiamo!”, rispose Lana. Nelle ultime settimane si era trasformata in un'esperta di finanza. “Ho letto su un forum di investitori che nei prossimi mesi il Bitcoin continuerà a salire, ne vedremo delle belle! Aspettiamo l'estate, dovrebbe arrivare a 100mila euro!”. “Ma come, l'estate… mancano sei mesi, i soldi ci servono ora, dove li mettiamo gli animali nel frattempo? Come li sfamiamo?”.
Ma Lana non voleva saperne. “Aspettiamo!”, insisteva. Intanto il Bitcoin continuava a fluttuare, in pochi giorni era crollato a 56mila euro, le due socie erano sempre più confuse e non riuscivano a decidersi a vendere, anche perché ora il valore era così basso che non avrebbe coperto le spese che dovevano affrontare. Una sera, a cena con Filomena, un'amica di vecchia data, coadiuvate dal buon vino rosso, si misero a raccontare delle loro disavventure nel mondo della criptofinanza. “Che dobbiamo fare secondo te?”, chiesero all'amica. “A quanto sta ora il Bitcoin?”, domandò Filomena. “72mila”. “E quanto vi serve?”. “Beh, se fosse di più sarebbe meglio, però è abbastanza, sì”. “Allora vendete, subito!”.
Le due socie non erano convinte: “È meno di quanto fosse all'inizio! Ora sta salendo, magari tra dieci giorni vale 10mila euro di più!”. “Quei soldi non sono vostri”, rispose Filomena. “È un'illusione, prendete quello che potete avere ora, è quello che vi serve ed è disponibile in questo momento, e non vi rammaricate per denaro immaginario che non esiste! Piuttosto gioite per la cospicua donazione che vi tira fuori dai guai!”.
Il giorno dopo, le due socie vendettero il Bitcoin a 73mila euro, ottennero poco meno di quanto avevano immaginato inizialmente ma accomodarono gli impianti del rifugio e comprarono cibo per sei mesi! Gli animali erano al sicuro. Non sappiamo se tornarono a monitorare le fluttuazioni del mercato: probabilmente ad agosto Lana una mattina aprì la pagina del mercato e vide che il Bitcoin era arrivato a 80mila, ma non si rammaricò davvero, il rifugio era ancora in piedi ed erano riuscite a superare uno degli inverni più difficili. Certo, forse qualche mese più tardi sarebbe arrivato a 100mila!
La parola alla psicologa
Cosa avreste fatto voi al posto di Lana e Vera? La domanda non è di semplice risposta, molte di noi ascoltando questa storia avranno pensato: “Noo! Non vendete il Bitcoin a un valore così basso! Aspettate che salga!”. Siamo tutte influenzate da quello che in economia comportamentale viene definito loss aversion. Si tratta di un bias (un'inclinazione) del comportamento, per cui un mancato guadagno futuro viene considerato un evento di maggiore impatto rispetto a un significativo guadagno presente. In parole povere, preferiamo rinunciare a un guadagno certo oggi perché viene percepito come una perdita rispetto a un potenziale maggior guadagno futuro. Daniel Kahneman coniò il termine nel 1979 nel quadro della nascente economia comportamentale, secondo cui gli esseri umani nel prendere decisioni non sono guidati dalla razionalità ma da un insieme di bias e pregiudizi. Lana e Vera uscirono da questa sorta di incantesimo dell'azzardo finanziario grazie all'intervento di un'amica esterna di cui si fidavano, non per una scelta razionale e ponderata.
Dietro le criptovalute
Esistono criptovalute per tutti i gusti, anche diverse fra loro a livello tecnico. Sono però tutte accomunate da una convinzione teorica di fondo, ovvero l'idea che le valute, plurali, possano e debbano essere tante e avvalersi della crittografia. Non è questa la sede per discutere dei principi di questa scienza complessa. Basti ricordare che la crittografia è la branca della crittologia che tratta delle “scritture nascoste”, cioè dei metodi per rendere un messaggio incomprensibile a chi non è autorizzato a leggerlo, ovvero non possiede il codice per de-cifrarlo. Deriva dal greco kryptós (“nascosto”) e graphía (“scrittura”). I messaggi “offuscati” con tecniche di cifratura sono chiamati crittogrammi. La crittoanalisi si occupa di svelarne il contenuto. La crittografia è stata messa a punto come tecnologia militare per trasmettere messaggi offuscati, incomprensibili per il nemico.
Quindi le criptovalute necessitano di scritture nascoste, cifrabili e de-cifrabili, per registrare le transazioni fra gli utenti. Il registro di queste transazioni è la celebre blockchain, che può essere diversa a seconda delle varie valute. Al di là degli aspetti tecnici, importa ricordare due elementi fondamentali sempre validi.
Innanzitutto, ricordiamo di tradurre sempre nella nostra lingua preferita i termini tecnici. Questo esercizio ci aiuterà a comprendere a prescindere dalle nostre conoscenze tecniche, contribuendo a dissipare l'alone di mistero. Blockchain, in italiano, suona catena di blocchi: sono i blocchi crittografici in cui vengono registrate le transazioni valutarie. Così come web è ragnatela, e browser è navigatore.
In secondo luogo, le catene di blocchi possono essere di vario tipo, in particolare: pubbliche, private, ibride. Sono pubbliche quelle più diffuse come Bitcoin: non necessitano di permessi particolari, chiunque può accedere al sistema (permissionless), e le nuove monete vengono “create” attraverso attività di mining (scavo in miniera), cioè calcoli crittografici. Sono private quelle costruite da banche o comunque organizzazioni che limitano l'accesso solo a chi possiede adeguate autorizzazioni (permissioned), in cui le nuove monete vengono “create” attraverso il minting (conio) da parte delle autorità; quelle ibride mescolano ingredienti pubblici e privati in varia misura. In generale, la decentralizzazione è impossibile in una catena di blocchi privata, così come la centralizzazione è impossibile in una catena di blocchi pubblica; tuttavia, in ogni caso, questi blocchi possono diventare molto pesanti, ingombranti, difficili da manipolare. Centinaia e centinaia di gigabyte. Dove immagazzinarli in maniera “sicura”?
Entrano in gioco gli intermediari, cioè i wallet (portafogli) e gli exchange (scambi), organizzazioni che operano come le banche e gli intermediari finanziari tradizionali. Con la differenza che le istituzioni finanziarie dovrebbero garantire una minima affidabilità – ad esempio se una banca fallisce dovrebbero esistere fondi di salvaguardia –, mentre invece wallet ed exchange di criptovalute operano in maniera perlopiù non regolamentata e opaca. La bancarotta dell'exchange FTX nel 2022 causò almeno dieci miliardi di dollari di perdite a chi aveva affidato il proprio portafoglio di criptovalute a quell'intermediario e provocò uno scossone all'intero sistema delle criptovalute. Si contano decine di bancarotte di exchange ed è ragionevole immaginare che ve ne saranno altre, vista l'estrema volatilità e mancanza di regolamentazione del settore.
Parla l'intermediaria: alternative fasulle
Le criptovalute sono complementari o alternative alle valute tradizionali? Mirano ad affiancarsi ai sistemi esistenti o a soppiantarli? Gli esperti si accapigliano per rispondere a questa domanda, ma si tratta di un falso problema. Seguiamo il ragionamento dell'economista austriaco F. A. von Hayek, guru riconosciuto dei fautori delle criptovalute, in “Denationalisation of Money: The Argument Refined/”/ (1990): anche le monete devono essere messe in concorrenza e gli individui devono essere liberi di scegliere la moneta che ritengono più consona ai propri interessi. Esattamente quello che sta accadendo: ognuno, ogni gruppo o lobby cerca di spingere la propria valuta. Sarà il mercato a decidere, sostengono.
Questa credenza si scontra con la realtà concreta delle crescenti sperequazioni e delle frequenti truffe nel mondo delle criptovalute. Lungi dall'emancipare le persone dalle banche, hanno dato luogo a un sistema ancora più opaco nel quale “vincono” i più furbi e spregiudicati. Inoltre, il lobbismo nei confronti dei governi ha dato luogo a conflitti d'interessi patenti come nel caso della seconda amministrazione Trump: le cripto promosse dalle gang vicine al presidente sono state un ottimo affare per loro e un pessimo affare per chi ha investito.
In realtà, le tecnologie legate alle criptovalute sono sempre più diffuse anche negli ambienti finanziari tradizionali. Si respira continuità invece di alternativa. La Repubblica popolare cinese (RPC) ha messo al bando le criptovalute da anni, e nel 2025 anche gli stablecoin, cripto legate a riserve valutarie fiat; nonostante questo, una parte consistente del mining cripto continua a essere effettuato nella RPC. Se negli USA si deregolamenta ancora di più, l'Unione europea vuole lanciare l'euro digitale, una versione centralizzata di criptovaluta. Quale sarà il ruolo delle banche centrali e delle banche commerciali? In ogni caso, la RPC ha lanciato già nel 2021 una versione digitale del renminbi per contrastare il predominio del dollaro negli scambi internazionali. Nonostante le apparenti divergenze fra i vari modelli, il trend della sorveglianza sempre più diffusa delle transazioni finanziarie è comune. Infatti la sorveglianza diventa in ogni caso la panacea per sostituire la fiducia vacillante, che siano gli occhi digitali degli utenti della rete o lo sguardo di uno Stato più o meno autoritario.
La parola alla paranoia
Esistevano ancora sparuti gruppi di asceti che, immuni agli azzardi speculativi, erano in grado di usare le criptovalute esclusivamente per tutelare anonimato e privacy delle proprie transazioni economiche. Esistevano valute votate esclusivamente a questo scopo, come Zcash o Monero, ma si poteva fare anche con i Bitcoin. Lana e Vera non lo sapevano, ma era possibile incassare un Bitcoin aprendo un wallet sul proprio computer senza passare per le grinfie degli intermediari finanziari. Bastava scaricare un software che generava un wallet il cui backup poteva anche essere salvato su carta e la cui chiave di ventiquattro parole poteva essere tenuta a mente senza doverla scrivere da nessuna parte.
Per vendere o acquistare Bitcoin esistevano anche piccoli exchange non popolati dagli squali della finanza. Una volta trovato l'acquirente si procedeva alla transazione che avveniva grazie a software peer-to-peer. Poiché al momento della transazione il proprio IP finiva sulla blockchain, per avere più chance di non essere tracciate era possibile, tramite lo stesso software, usare nodi amici per la transazione. Se poi eravate collegate da una connessione non vostra, con TOR e dietro VPN, la possibilità che la transazione venisse tracciata era quasi nulla, ovviamente al netto di cosa facevate per spendere i vostri Bitcoin.
